02/01/2009
Aureliano Irse - parte 3 di 5
Terminata la costruzione della Dimora Perfetta, Aureliano Irse era pronto a entrarvi per la prima volta come uomo di casa. Per l’occasione si tagliò la barba, si spruzzò di Acqua di Parma ed indossò l’abito dei giorni di festa, quello grigio gessato con la stoffa logora. Si recò prima di entrarvi dal fioraio ed acquistò per Nanà Vacìo un mazzo di fiori d’arancio, quindi dal fornaio del pane caldo. Si incamminò per il viale che portava verso la magione della futura consorte. Arrivato dinnanzi alla soglia di casa, trovò solo un biglietto alla sua attenzione. Aperto, apprese che colei che amava, con un eccessivo uso della parola amore all’interno di ogni frase, lo informava che non era pronta ad entrare nella nuova dimora, né lo era ad organizzare il matrimonio. Mentre Aureliano Irse leggeva il biglietto, Nanà Vacìo era già a bordo della nave che la avrebbe condotta a Plaga del Mar. Percorrendo la fuga dalla propria dignità, incontrò Macario Minucia, cui si concesse la prima sera nel nome di quell’edonismo dietro il quale mascherava la propria fragilità. Aureliano Irse pianse a lungo ripensando ai diciannove anni passati, e quasi consumò gli occhi di lacrime ed immagini, arrivando poi a decidere che a nulla sarebbe valso disperarsi, e che la cosa migliore, o forse l’unica, che potesse a quel punto fare era morire d’alcol e malinconia nel bar dell’amico Alejandro Jauria. Quasì arrivò a picchiare l’amico quando questi gli rifiutò il proprio destino, non concedendogli di continuare a bere quando già un occhio restava chiuso, e la voce era confusa, e la sedia ed il tavolino una stampella. In quello stato, cercando di fare con l’alcol al proprio corpo quello che Nanà Vacìo aveva fatto al suo cuore, incontrò per la prima volta la sensibilità di Virginia Cepillo, cameriera anch’essa appena uscita da una lunga e travagliata storia d’amore. Lei si sedette accanto a lui e fu come ballassero un tango. Si guardarono senza dirsi una sola parola. Poi lei prese un fiore d’arancio dagli alberi in giardino e lo porse a lui. Lui guardò i suoi occhi scuri, le sopracciglia grosse e spettinate, i denti piccoli. Due sere dopo si abbracciarono e nell’intimità di un letto troppo grande per Virginia Cepillo, fecero l’amore, sospesi tra la paura, l’indecisione, la speranza ed un nuovo senso di morte. Virginia Cepillo chiese ad Aureliano Irse di vivere con lei. Glielo chiese subito. Aureliano si spaventò e fuggì via, lasciando nella casa di lei la bottiglia di Mazuelo ancora chiusa. Circolata in paese la notizia che la Dimora Perfetta sarebbe rimasta disabitata ancora a lungo, già i ragazzi e le ragazze raccontavano ai fratelli ed alle sorelle più piccole la storia come fosse una leggenda popolare, Ana Rubeo si riaffacciò improvvisa ed inaspettata nella vita di Aureliano Irse. Fu tuttavia uno scroscio d’acqua nel caldo estivo, con lei che cercava di farsi prendere dal corpo di Aureliano Irse, che a sua volta rifiutava di concedersi a lei per via di una situazione che avvertiva come artificiosa e troppo forzata. All’ennesimo rifiuto, offesa dal fatto di non poter averlo ancora per sé, Ana Rubeo pianse e cercò di colpirlo con una bottiglia vuota, poi con una pietra, poi con una parola, ma lui non si scompose e si allontanò con la stessa morte nel cuore della quale si nutriva da diversi mesi e, lo capì solo ora, della quale si era nutrito sin dall’infanzia. Del resto fu facile lasciare la ragazza, prosperosa e dai capelli rossi, anche grazie al fatto che un letto ben più caldo lo attendeva nella capanna sul mare di Anita Palomilla. Era una donna che lavorava con lui nel Manicomio de Santa Catarina, con i capelli neri e corti, il seno abbondante, la voce sensuale e quindici anni in più. Aureliano Irse non avrebbe mai più fatto l’amore come con lei quelle notti. Fu tuttavia una storia dolorosa e difficile. Ad Anita Palomilla interessava solo, vista l’età avanzata e la mancanza di un uomo, procreare al più presto un figlio maschio, cui dare il nome di Iago. Anita Palomilla seppe godere in ogni punto nel quale fu toccata, sfiorata, massaggiata, baciata, leccata, morsa, percossa da Aureliano Ires, che a sua volta lasciava che i seni di lei avvolgessero tutto il suo corpo come un bozzolo, e prendendole i fianchi tra le mani, lasciò spesso che il proprio pene lasciasse esplodere la propria passione in onore di ogni parte del corpo di Anita Palomilla. Fu così che lui rimase legato a lei, sensuale ed intelligente, fino a quando questa decise di abitare con lui la Dimora Perfetta, la cui entrata era ancora chiusa da assi di legno. Lui rifiutò e lei corse tra le braccia di Macario Bobito, cercando un figlio da quest’ultimo, per poi incendiare parte della Dimora Perfetta con una bottiglia di benzina ed uno sguardo di indifferenza, per poi legare Aureliano Irse in una stanza d’albergo per tre giorni, chiedendone l’amore, il seme e l’attenzione, mentre entrambi piangevano ed il silenzio dei loro cuori era interrotto solo dai rumori del traffico che venivano dall’esterno, per poi cercare di morire di solitudine, senza riuscirvi, perchè troppo grandi erano i cuori e le orecchie di entrambi, e troppo sensuali i loro corpi perchè non si riallacciassero un’ultima volta, come sempre avevano fatto, in un abbraccio di sesso, amore e malinconia.

10:04 Scritto da: ex_mex in Aureliano Irse | Link permanente | Commenti (0) | Trackback (0) | Segnala | Tag: aureliano irse, racconti, amore | OKNOtizie |
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